Chiamatemi “Don Mimmo”

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Mimmo (Domenico) Battaglia è nato a Satriano, in Calabria, il 20 gennaio 1963.

Da bambino, per alcuni anni, ha vissuto negli Stati Uniti dove i genitori e i nonni erano emigrati. A causa di un infortunio del papà, la famiglia è ritornata in Italia e, a 12 anni, Mimmo è entrato in seminario. È diventato prete nel 1988. È stato rettore del Seminario liceale di Catanzaro e poi responsabile di alcune parrocchie. Dal 1992 al 2016 ha guidato il Centro calabrese di solidarietà, una struttura legata alle comunità terapeutiche di don Mario Picchi per il recupero delle persone affette da tossicodipendenza. Nel 2016 papa Francesco lo ha nominato vescovo di Cerreto Sannita – Telese – Sant’Agata de’ Goti e il 12 dicembre 2020 l’ha scelto come arcivescovo di Napoli.

Quali sono i punti di forza e quali le debolezze di Napoli su cui lavorare?

Città dai mille volti, dai mille colori, come cantava Pino Daniele, Napoli è un vero patrimonio di umanità, creatività, genialità e accoglienza: è il suo punto di forza, quello che le ha consentito di superare crisi e difficoltà. Ci sono poi delle ferite – la povertà educativa, la disoccupazione, la frammentazione del tessuto sociale – delle quali occorre prendersi cura e la Chiesa napoletana cercherà di farlo con il balsamo della tenerezza e la forza evangelica della speranza, dialogando con tutti ma senza abdicare al dovere della denuncia del male sociale.

“Stanno uccidendo Napoli”: sono le parole forti che lei ha usato recentemente per denunciare «la scia di sangue» che sta «procurando la morte di giovani vite e terrore e angoscia a interi quartieri» a causa delle faide della criminalità organizzata. La camorra come “rientra” nei piani pastorali di un vescovo?

Il Concilio ci ricorda che le gioie e le speranze, i dolori e le angosce degli uomini sono anche le gioie e le speranze, i dolori e le angosce della Chiesa, e quindi di un vescovo. E la camorra di dolori e di angosce ne impone tanti, ogni giorno. Per questo è necessario annunciare il Vangelo anche a questa parte oscura della città, invitandola a conversione senza però retrocedere mai di un millimetro dal dovere della denuncia, rinunciando alla “zona comfort” di chi si gira dall’altra parte, facendo finta di non vedere. Credo che questo sia un dovere importante per la nostra diocesi: dobbiamo con tutto noi stessi lavorare per il bene degli uomini e delle donne di questa città, portando la luce della giustizia dove imperano le tenebre della criminalità. Con la forza del Vangelo, con il potere dei segni. È quello che chiedo a ogni prete e a tutto il popolo di Dio.

Da dove nasce la sua vocazione?

La chiamata di Dio passa attraverso gli incontri: ho deciso di diventare prete colpito dal mio parroco, dal suo amore a Dio e alla gente. Mai avrei immaginato di diventare vescovo.

Come si sente nei panni di arcivescovo di Napoli?

Quando sono stato chiamato ho pensato alle figure di tanti vescovi che avevo incontrato, tra cui don Tonino Bello: è sempre stato per me un invito costante a guardare Gesù e a fidarmi di lui camminando al passo degli ultimi. Le sue parole tutt’oggi sono per me un’iniezione di speranza, un invito a scommettere ogni giorno la vita su Dio, amando la gente e i poveri, camminando con il “bastone del pellegrino e la bisaccia del cercatore”. Tanti uomini e donne mi hanno ispirato e mi hanno aiutato a crescere: penso ai tanti ragazzi e ragazze tossicodipendenti con cui ho lavorato nei miei anni calabresi; a Madre Teresa… Alla grazia di aver incontrato persone come dom Hélder Câmara e, appunto, don Tonino. È Dio che fissa gli appuntamenti per tutti; la nostra presenza a quegli appuntamenti ci permette di cogliere il suo sguardo. Un amore che diventa relazione, dialogo, preghiera, diventa comunione di vita con il Signore. Amore che non ha età, perché cambia di espressività ma non di intensità.

Lei è a Napoli da diversi mesi oramai. Prima san Gennaro non ha fatto il miracolo della liquefazione del sangue. Poi è arrivato il Covid… Un inizio difficile?

San Gennaro non è un oroscopo da consultare ma un “segnale stradale” che indica alla Chiesa partenopea che la via del Vangelo, quella che ha spinto il vescovo Gennaro a versare il proprio sangue come Gesù, non è un optional ma rappresenta l’unica strada che la Chiesa può percorrere. Ed è su questa strada che, oggi più che mai, dobbiamo incamminarci. Come il vescovo Gennaro non volle far mancare il suo aiuto e la sua consolazione ai cristiani che erano in carcere, così noi, con coraggio, non dobbiamo far mancare il nostro aiuto a coloro che soffrono, che pagano sulla loro pelle l’ingiustizia sociale, che rischiano di perdere la speranza.

«Confide, surge, vocat te!» è il suo motto episcopale. È questa la frase del Vangelo che l’accompagna?

Coraggio, alzati, ti chiama. È la frase che dicono a Bartimeo, figlio cieco di Timeo, che sedendo lungo la strada a mendicare e sapendo del passaggio di Gesù inizia a gridare a gran voce affinché il Maestro gli ridoni la vista. Nella mia vita mi sono sentito spesso come Bartimeo. Chiamato perché amato. Rimesso in piedi dalla tenerezza di Dio affinché con uguale tenerezza aiutassi gli altri a rimettersi in piedi, per seguire insieme il Signore.

(da una intervista rilasciata alla sua nomina ai giornali nazionali)