Il nemico, a trecento metri di distanza, è un bersaglio. A tre metri è un uomo.
«Un giovane regista concludeva con questa affermazione un suo film. Ritengo sia questa la prospettiva in cui un cristiano deve collocarsi se vuole perdere il piacere di premere il grilletto, e se intende lasciare cadere in terra, per sempre, il bastone».
Così scriveva quarantenni fa nel suo libro Vangeli scomodi – che in questi giorni è riproposto in trentesima edizione (sic!) – don Alessandro Pranzato, noto autore spirituale. L’idea è suggestiva e coglie una verità spesso reiterata in forme diverse. Cosi, ad esempio, si è soliti dire che il boia non guarda mai in faccia la sua vittima, mentre un apologo tibetano racconta l’esperienza graduale di trasfigurazione che la relazione con l’altro subisce secondo le distanze: da lontano sembra avanzare una bestia, poi vedi che è in realtà un uomo; è solo quando l’hai di fronte e lo guardi in viso che scoprì i tratti di un fratello da tempo assente.
Quel giovane regista ci insegna che la distanza è la legge fondamentale dell’odio. Quanto più tu scacci un altro, lo guardi da lontano e lo consideri un’entità, tanto più diventi sospettoso e ostile e credi di avere in lui un nemico. Non è vero che ci è accaduto spesso di dire male di persone che conoscevamo a distanza o per sentito dire, e di scoprire poi – una volta incontrate -che erano ben diverse? Bisogna, allora, rischiare più frequentemente di abolire le distanze e di ritornare «ai tre metri» o meno dell’incontro che rende più reale quel volto, più umana quella presenza. E allora, forse, si potrà giungere persino all’abbraccio.
(Gianfranco Ravasi)
