Omelia del 2 maggio 2010 – V Domenica di Pasqua

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Ci lasciamo condurre dalla frase del vangelo di oggi: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amato, anche voi amatevi gli uni gli altri”.

Dobbiamo cercare i motivi perchè l’amore gli uni per gli altri non sia sentito come un dovere ma un modo di manifestare quello che siamo. Ci spinge a questa ricerca la frase finale del Vangelo di oggi:”Da questo sapranno che siete miei discepoli, dall’amore che avrete gli uni per gli altri”. E anche la prima lettura dagli Atti degli apostoli che dice cge i primi discepoli “erano un cuor solo e un’anima sola”.

Possiamo seguire due piste:

1. La realtà del matrimonio in cui i due sono “una carne sola”, e non si vogliono bene per dovere ma come espressione della loro identità.

Anche la Chiesa è sposa di Cristo ed è con lui una cosa sola. L’amore reciproco dei cristiani esprime questa identità di “sposa” derivante dall’amore per Cristo “sposo”. Ricordiamo anche la frase di Paolo nella lettera agli Efesini: “Nessuno ha in odio la proprio carne, ma la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa”.

2. Ricevendo l’Eucaristia noi diventiamo “un solo corpo” in Gesù. Il salmo responsoriale dice che si vede che Gesù abita davvero in noi se la carità è vera.

Non siamo ingenui. Questi doni non operano automaticamente, ma sono accolti solo attraverso un cammino ascetico, espresso nell’Epistola: “La carità è paziente, è benigna la carità…”.

L’amore reciproco è anche la fonte della missionarietà. Si racconta negli Atti degli Apostoli che la gente di Gerusalemme diceva dei cristiani: “Guarda come si vogliono bene”. Gli Atti degli Apostoli aggiungono: “E il Signore aggregava alla comunità nuovi credenti”.