Da Avvenire, 16 gennaio 2011
Sri Lanka: una pace dai piedi d’argilla
di Marco Restelli
Annamalai è felice. Di solito fa il domestico in un’elegante villa milanese e soffre di nostalgia per la famiglia rimasta in Sri Lanka, ma ora è tornato per un breve periodo di vacanza a casa sua, qui a Trincomalee, città sulla costa orientale dell’isola. Si è riunito alla moglie e ai due figli e insieme camminano sereni verso il tempi induista di Koneswaram, che dall’alto di uno sperone di roccia sovrasta la magnifica baia di Trincomalee.
Oggi è giorno di festa al tempio e tutti i tamil della regione vi convergono per salutarsi, a prescindere dall’appartenenza religiosa: ci sono gli induisti naturalmente (costituiscono l’80% dei tamil), ma nella piazzetta davanti al tempio si vedono anche scolaresche di ragazzine tamil musulmane – con la divisa scolastica bianca, la cravatta rossa e il velo sulla testa – e famiglie di tamil cristiani con catenine e croci al collo, in evidenza sopra la maglietta.
Sul ciglio della strada che sale al tempio ci sono numerosi militari ma non fermano né controllano nessuno: parlottano tra loro, fumano sigarette. L’epoca dei posti di blocco sembra finita, l’atmosfera è rilassata.
“Non ci speravo quasi più di trovare serenità dalle mie parti – dice con un sospiro Annamalai – qui fino al maggio 2009 si viveva con l’angoscia delle bombe, degli attentati terroristici, dei blitz delle forze armate che portavano via la gente e spesso non si sapeva né dove né perchè. Ora noi tamil siamo ancora poveri, ma almeno siamo liberi dalla paura. E quando tornerò in Italia a lavorare non dovrò temere per la mia famiglia”.
La guerra civile ha insanguinato lo Sri Lanka per quasi trent’anni, dal 1983 al maggio 2009, quando le Tigri tamil sono state definitivamente sconfitte dalle truppe governative. Una guerra civile fra la maggioranza cingalese buddista e la minoranza tamil induista, che è costata, secondo l’ONU, 100.000 morti e un numero di profughi e sfollati che nessuno, in questo Paese, sa ancora quantificare.
Il peso del conflitto è ricaduto soprattutto sulle regioni tamil che chiedevano l’indipendenza: la costa orientale e la penisola settentrionale di Jaffna, dove persistono campi di raccolta per migliaia di sfollati tamil.
Dalla guerra è emerso un vincitore assoluto: il presidente Mahinda Rajapaksa (di etnia cingalese e religione buddista), oggi vero uomo forte dello Sri Lanka. Nel 2010 Rajapaksa ha consolidato ulteriormente il suo potere vincendo le elezioni presidenziali in gennaio e le elezioni parlamentari in aprile, continuando a ripetere come un mantra due parole dolci come il miele per tutti gli abitanti di Sri Lanka: riconciliazione e sviluppo.
Ha dichiarato che “non ci sono più minoranze in Sri Lanka, ma solo cittadini”, ha promesso ricchezza alle regioni tamil (molto più povere del resto del Paese), ha varato la creazione di due zone franche nei distretti tamil di Trincomalee e Kilinochchi per attirare investimenti stranieri e si è impegnato a rilanciare il turismo, vera miniera d’oro di questa splendida isola. (…)
Per tendere un ramoscello d’ulivo agli sconfitti, Rajapaksa ha creato una commissione di riconciliazione nazionale che indaghi sui tantissimi casi di scomparsi (fra cui due sacerdoti cattolici negli ultimi quattro anni) e sulle violenze commesse contro la popolazione civile.
Però varie organizzazioni internazionali per i diritti civili si sono rifiutate di collaborare con la commissione, accusandola di “mancanza di imparzialità e di credibilità”, in quanto i suoi membri sono tutti di nomina governativa.
Molte ong dichiarano inoltre di temere per la vita di molte persone chiamate a testimoniare le malefatte commesse dalle forze armate: trattati alla stregua di traditori, i testimoni necessiterebbero di protezione. “I cristiani sperano che la commissione considererà le nostre raccomandazioni per curare le ferite lasciate dalla guerra e porre le fondamenta di un futuro di pace”, ha dichiarato di recente l’arcivescovo di Colombo (e neocardinale) Malcom Ranjith.
Da tempo infatti la conferenza episcopale dello Sri Lanka ha indicato al governo una serie di misure necessarie per la riconciliazione nazionale: in primis, l’abolizione delle leggi di emergenza (in base alle quali sono stati commessi molti abusi), sostituzione dei militari con i civili nelle amministrazioni locali ancora militarizzate, creazione di un sistema educativo trilingue (cingalese, tamil e inglese) rispettoso di tutte le identità.
In questa prospettiva, i vescovi sono tornati a chiedere la liberazione dell’ex generale Sarath Fonseka, condannato in ottobre a trenta mesi di carcere per presunte irregolarità commesse quando era a capo delle forze armate e in attesa di altri processi con accuse (e pene) pesantissime. Intorno al destino dell’ex generale rischia infatti di aprirsi una nuova grave lacerazione nel tessuto sociale cingalese.
Fonseka fu il vero artefice della vittoria militare contro le Tigri tamil nel 2009. Ma il soldato vittorioso, osannato da tutti, fece un errore: scese nell’arena politica e si candidò contro Rajapaksa alle elezioni presidenziali di gennaio. E perse.
Da allora la vendetta del presidente ha privato Fonseka della libertà, dei gradi da militare e perfino della pensione. Però Fonseka ha avuto il 40% dei voti alle elezioni e da moltissimi è ancora considerato un eroe.
Da qui la necessità, avvertita dai vescovi, di fare luce sulla fondatezza delle accuse contro di lui e riabilitare il suo onore per evitare nuovi sanguinosi conflitti.
Anno II, n. 36
