Notizie dal gruppo missionario n. 70

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Da AsiaNews, 18/02/2011

GIAPPONE
Vescovo di Fukuoka: in Giappone vive una Chiesa matura e missionaria

di Pino Cazzaniga

Tokyo – (…) In questo Paese dove il diritto della libertà di religione è scrupolosamente rispettato, il  cristianesimo è in situazione assai minoritaria (…).

C’è un paradosso nel cattolicesimo giapponese, evidenziato dalle statistiche di tre diocesi. Nell’arcidiocesi di Tokyo (…), su una popolazione di 18 milioni, i cattolici sono circa 95mila, pari allo 0,5%; in quella di Fukuoka (…) i cattolici sono 32mila su una popolazione di 7. 758.000 abitanti, lo 0,4%; nell’arcidiocesi di Nagasaki su una popolazione di 1.494.000 abitanti i cattolici sono 66mila, il 4,3%. In tutto il territorio nazionale con 127 milioni di giapponesi i cattolici sono circa 450mila, pari allo 0,35%, sparsi in 16 diocesi.

(…) La logica dei numeri spingerebbe a concludere che il Giappone sia refrattario al cristianesimo.

A capire, in qualche modo, il paradosso cristiano del Giappone, ci aiuta mons. Domenico Miyahara (56 anni), vescovo di Fukuoka. (…)

Il vescovo Miyahara è nato nel 1955 in una famiglia cattolica nella regione di Nagasaki, la città dei martiri. Ordinato sacerdote nel 1982, ha trascorso un periodo di perfezionamento degli studi  a Roma, per poi dedicarsi all’ insegnamento in un seminario cattolico. Nel 2000 a soli 45 anni è stato consacrato vescovo della diocesi di Oita (nell’isola di Kyushu) che conta 6mila cattolici. Tre anni fa gli è stata affidata la diocesi assai più consistente di Fukuoka: oltre 30mila cattolici.

Non è difficile intuire il dissidio interiore sofferto dal vescovo Miyara per queste nomine ascendenti. L’importanza delle sedi delle diocesi non corrisponde all’importanza civile delle città: Fukuoka con una popolazione che supera il milione e mezzo di abitanti, è la capitale dell’isola di Kyushu; in confronto Nagasaki, che si trova nella medesima isola, è città secondaria, con meno di mezzo milione di abitanti.

Ma dal punto di vista ecclesiale i rapporti si rovesciano: a Nagasaki i cattolici superano il 4% della popolazione, mentre a Fukuoka sono solo lo 0,4%. E la differenza delle percentuali non è la ragione principale della differenza di importanza delle due sedi: a Nagasaki l’atmosfera cattolica si nota dovunque, mentre a Fukuoka predomina quella “pagana” di tutte le grandi città giapponesi. Nessuna meraviglia, quindi , se il titolo di arcidiocesi è stato dato a Nagasaki.

Ed è su questa differenza di atmosfera che inizia il colloquio, dalla richiesta se l’atteggiamento fondamentalmente sereno e ottimista della popolazione di Nagasaki non sia dovuto all’influenza del cattolicesimo. Poiché la domanda così posta poteva implicare un giudizio morale, il vescovo Miyahara non vi ha risposto direttamente riformulando la questione a livello di fatti.

Le differenze che non si possono negare né sottovalutare, spiega, trovano la loro spiegazione nella storia dell’evangelizzazione cattolica in questo Paese. Il cristianesimo è stato portato in Giappone per la prima volta dal missionario gesuita Francesco Saverio nel 1549. I risultati di quella prima evangelizzazione sono stati impressionanti: in pochi decenni la Chiesa cattolica contava  oltre 400mila fedeli. Ma nella prima metà del secolo XVII si è scatenata un persecuzione crudele e capillare che, seguita dalla politica della “porta chiusa,” non solo ha arrestato l’evangelizzazione ma ha annientato il cristianesimo in questo Paese.

Nella seconda metà del secolo XIX il Giappone, per ragioni di politica internazionale, ha riaperto le porte della nazione e, pur non abolendo l’editto di proscrizione del cristianesimo, ha permesso l’entrata di sacerdoti per il servizio religioso ai membri delle ambasciate straniere.

Inizia così la seconda evangelizzazione del Giappone, grazie allo zelo e all’intelligenza dei missionari delle Missioni estere di Parigi. Ed è fin da allora che si forma un cattolicesimo giapponese a due volti: quello di Yokohama e quello di Nagasaki.

Il missionario padre Petitjean, ufficialmente a servizio dell’ambasciata francese a Yokohama (…), sapendo che Nagasaki, nel sud, era stata la culla del primo cristianesimo in Giappone e la città dei martiri, vi si è recato costruendo poi una chiesetta su una collina prospiciente il porto.

In questo modo è avvenuta la scoperta dei “cristiani nascosti” dopo due secoli di persecuzione: fatto inedito nella storia del cristianesimo. La scoperta dei “cristiani nascosti” ha dato origine a due modi diversi di evangelizzare: apostolato di “consolazione” e “esortazione” nella zona di Nagasaki; apostolato di prima evangelizzazione in tutte le altre parti.

(…) Prima di venire a Fukuoka egli è stato vescovo della diocesi di Oita che ha in tutto solo 6mila fedeli. In Europa questa è una cifra da parrocchia. Inoltre questo piccolo gregge vive in mezzo a una popolazione non cristiana di 2.300.000 persone. Si hanno, quindi, limiti di risorse, personale e formazione. Occorre tempo. (…)

Inoltre il concetto di missione, in Asia,  attualmente viene vissuto come evangelizzazione delle culture in mezzo alla quale si vive. Oggi il Giappone è sempre più cosciente di dovere assumere un ruolo di servizio e dialogo nel contesto dell’Asia orientale. La Chiesa cattolica qui lo sta svolgendo favorendo il dialogo con le “Chiese sorelle”delle nazioni vicine.

A livello di conferenze episcopali tra il Giappone e la Corea del sud sono già istituzionalizzati incontri annuali. Ma si è coscienti che i dialoghi culturali nel contesto della fede si devono promuovere anche a livello di base. Per questo il vescovo di Fukuoka sta organizzando scambi di seminaristi e studenti con le diocesi della Corea.

Tuttavia, osserva il vescovo, per realizzare questa comunione culturale a livello di Chiese sorelle, occorre uno strumento adatto, che, secondo Miyahara, sarebbe un’università cattolica.

In questo settore, in Giappone svolge un ruolo eccellente l’università Sophia diretta dai Gesuiti. Essa, però, si trova a Tokyo. Il problema si risolverebbe creando delle succursali nelle varie diocesi. Il vescovo ha in programma di stabilire un campus della Sophia a Fukuoka dove si terrebbero i primi due anni di studio.

È risaputo che il flusso dei missionari stranieri provenienti dalle chiese dell’Europa e dell’America si è interrotto. Alla domanda se essi sono ancora utili, il vescovo risponde con un invito a riflettere su quanto accade nella parrocchia di Taku, da decenni curata da un anziano missionario del PIME: padre Claudio Gazzardi. Avendo questi raggiunto gli 85 anni,  avrebbe diritto al riposo, ma se lascia la parrocchia non c’è chi lo possa sostituire. Il vescovo ne parla con ammirazione. E non è un caso unico, sottolinea.

Ma probabilmente la mancanza di missionari europei può essere provvidenziale, perchè spinge a rivolgersi alla Chiese cattoliche dell’Asia, ricche di clero. Myahara pensa soprattutto a missionari vietnamiti, anche più adatti a dialogare con la cultura giapponese.

La chiesa del Giappone è diventata matura. Questa è la convinzione che emerge dal colloquio con il vescovo Miyahara. Il suo programma pastorale di quest’anno lo conferma.  Dopo aver impiegato i primi due anni all’impegno di conoscere la sua nuova Chiesa, ora presenta un programma riassunto con l’espressione “il mistero di Cristo”, che invita i fedeli a farne l’esperienza nella celebrazione liturgica, a viverlo nella famiglia e nella società e a trasmetterlo con l’evangelizzazione. Ma per ottenere questo la prima condizione è di conoscerlo.

Manabi “imparare” è la  parola d’ordine del programma pastorale di quest’anno.

 Anno II, n. 41

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