Il bisogno di silenzio è ormai una esigenza imprescindibile di ogni uomo. Le città raggiungono momenti di parossistica eccitazione e si avverte un crescente bisogno di calma.
D’altra parte uno dei più gravi pericoli che corre il cristiano d’oggi è lo svuotamento e l’inaridimento dello spirito, la perdita della dimensione interiore e personale della fede, della vita cristiana, quindi l’annebbiamento delle realtà spirituali.
Dio, la vita interiore, la preghiera, rischiano oggi di perdere consistenza e spessore, di diventare evanescenti e marginali. A ciò contribuisce enormemente il modo di vivere proprio del nostro tempo.
È difficile fare silenzio, trovare il silenzio, abituarsi alle pause di silenzio, quando si riesce a trovarne.
I fine settimana e le vacanze spesso diventano momenti di fatica e di rumore invece di salutari pause di riflessione.
Questo frenetico sistema di vita non lascia spazio a Dio, alle realtà spirituali, a noi stessi e al nostro prossimo.
L’uomo ha paura del silenzio perché, inconsciamente o no, ha eliminato la fonte del proprio silenzio, che è Dio.
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Così scriveva il Cardinale Carlo Maria Martini: «Se in principio c’era la Parola e dalla parola di Dio, venuta tra noi, è cominciata ad avverarsi la nostra redenzione, è chiaro che da parte nostra all’inizio della storia personale di salvezza ci deve essere il silenzio: il silenzio che ascolta, che accoglie, che si lascia animare.
Certo, alla Parola che si manifesta dovranno poi corrispondere le nostre parole di gratitudine, di adorazione, di supplica; ma prima c’è il silenzio.
Se, come è avvenuto per Zaccaria, padre di Giovanni Battista, il secondo miracolo del Verbo di Dio è quello di far parlare i muti, cioè di sciogliere la lingua dell’uomo terrestre ricurvo su se stesso nel canto delle meraviglie del Signore, il primo è quello di far ammutolire l’uomo ciarliere e disperso.
«La Parola zittì chiacchiere mie»: così Clemente Rebora, nobile spirito di poeta milanese dei nostri tempi, descrive con rude chiarezza gli inizi della sua conversione.
Possiamo anzi dire che la capacità di vivere un po’ del silenzio interiore connota il vero credente e lo stacca dal mondo dell’incredulità.
L’uomo che ha estromesso dai suoi pensieri, secondo i dettami della cultura dominante, il Dio vivo che di sé riempie ogni spazio, non può sopportare il silenzio. Per lui che ritiene di vivere ai margini del nulla, il silenzio è il segno terrificante del vuoto. L’uomo “nuovo” – cui la fede ha dato un occhio penetrante che vede oltre la scena, e la carità un cuore capace di amare l’Invisibile – sa che il vuoto non c’è; sa che l’universo è popolato di creature gioiose; sa di essere spettatore e già in qualche modo partecipe dell’esultanza cosmica, riverberata dal mistero di luce, di amore, di felicità che sostanzia la vita inesauribile del Dio Trino.
Perciò l’uomo nuovo, come il Signore Gesù che all’alba saliva sulla cima del monte, aspira ad avere per sé qualche spazio immune da ogni frastuono alienante, dove sia possibile tendere l’orecchio e percepire qualcosa della festa eterna e della voce del Padre».
(Carlo Maria Martini)
