Carissimo popolo di Dio che vive a Cassina de’ Pecchi,
Ci ricordava papa Francesco nell’enciclica “Laudato sì” dal n° 228 al 232 l’importanza dell’amore civile e politico. Esordisce con una semplicità disarmante: “Gesù ci ha ricordato che abbiamo Dio come nostro Padre comune e che questo ci rende fratelli … Per questo possiamo parlare di una fraternità universale” e poi continuaparlando dell’ amore per la società e l’impegno per il bene comune, la cultura della cura come strada per liberarsi dall’indifferenza consumistica.
Scriveva don Lorenzo Milani: “Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande ‘I care’. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. ‘Me ne importa, mi sta a cuore’. È il contrario esatto del motto fascista ‘Me ne frego’ “.
Leonardo Boff, teologo latino-americano, si ispira alla parabola del Buon Samaritano per sottolineare lo stile evangelico del prendersi cura dell’altro. È proprio questo atteggiamento verso il bisognoso a far nascere l’etica: “Io, dunque, sono responsabile di fare o non fare dell’altro il mio prossimo. Ogni persona che soffre per qualsiasi motivo, chiunque sia colui che incrocia la mia strada, è il mio prossimo dall’istante stesso in cui io mi avvicino a lui. Poco importa la sua appartenenza religiosa, sociale ed etnica. L’importante sta nel mio avvicinarmi a lui, chiunque egli sia. Faccio di lui il mio prossimo. Questa prossimità costituisce il marchio registrato del cristianesimo delle origini, prima che si articolasse con i poteri di questo mondo che gli avrebbe dato una configurazione diversa”. Infine, vorrei proporvi questo testo di Gabriella Caramore tratto dal suo libro “Pazienza per “educarci ad avere cura”.
“Dalle tenebre e dai chiaroscuri del Novecento, l’ “epoca dei lupi”, emergono molti nomi che individuano nell’aver cura una possibilità di orientamento per l’umanità smarrita. Ne ricorderemo solo uno. Simone Weil, un’amante del sostare quieto nella pazienza e nell’attesa, individua nell'”obbligo” che ciascuno dovrebbe sentire ed esercitare verso l’umanità un nuovo modo di porsi in relazione all’umano. Non solo diritti. Non solo doveri. Occorre uscire dalla pura logica della rivendicazione. L’obbligo va pensato come movimento attivo, che “si sporge” verso la creatura, verso di lei si dirige e orienta. Occorre reinventare, per questo, le categorie della politica, dell’antropologia, della religione. Esse debbono avere la giustizia come strumento e l’obbligo verso l’umanità come fine e come compito. Potremmo dire: come cura. Ma come mettere in moto tutto questo? Certo, occorre avere la forza di cominciare qualcosa. Di schiudersi al nuovo.
Di pensare un inizio. E di rischiare sé stessi. Ma tutto ciò ha a che fare con qualcosa di molto semplice: un moto di compassione, che non abbia timore dell’eccesso. Non una compassione effimera e sentimentale, ma quella capace di sostare (pazientemente) accanto alle esistenze umane trafitte dalla sventura, deprivate della possibilità di sollevare lo sguardo verso la bellezza e verso la verità, svuotate di vitalità e di energia, piegate verso la terra, incapaci di guardare al cielo”.
Don Luigi

