Carissimo popolo di Dio che vive a Cassina de’ Pecchi,
chi urla non sempre ha ragione! Chi usa arroganza nell’esporre le proprie ragioni, non sempre ha ragione! Chi mette in piazza le debolezze e le sofferenze delle persone per denigrarle, non sempre ha ragione! Sono preoccupato di un certo fondamentalismo che sembra diffondersi a macchia d’olio nella società, ma anche nel cattolicesimo contemporaneo.
Oggi si fatica a trovare la capacità di un confronto pacato, argomentato e cordiale sulle cose che riguardano la vita della comunità sia civile che cristiana. Si preferisce, il proclama, la sentenza, il giudizio senza appello!
Si alza il vangelo come una spada, ci si appella alla Tradizione come una macchina infallibile destinata solo a ripetere sé stessa: pensando che le nostre preoccupazioni e le nostre questioni siano “evidentemente” quelle che scuotono i cuori di tutti e ciascuno. Costoro pensano di avere ineluttabilmente ragione, di custodire l’autenticità della fede, di essere nella veracità dell’interpretazione della storia che tutti ci ha generati. Tuttavia, in questo modo la comunità cristiana perde quella sapienza millenaria di porsi le domande giuste davanti alla storia degli uomini e delle donne. Inoltre, come cattolici ci presentiamo impacciati di fronte al “non giudicare” annunciato da Gesù o al “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Lo stile di Gesù di fronte al dibattito, anche nello scontro personale, non è mai per distruggere l’altro, ma sempre per proporre un’alternativa coerente con la sua stessa vita. In ogni dibattito Gesù si mette sempre in gioco personalmente, nel nome del Padre.
La perdita del confronto, sempre schietto e svolto nella consapevolezza che la parola buona del vangelo del Dio di Gesù è disponibile per tutti e non imbrigliabile con arroganza o fondamentalismi, rischia di ridurre la Chiesa a una delle molte agenzie di opinione che vivono della marea informativa dei nostri tempi. Perdere la garbatezza della parola, il profilo pacato del linguaggio, la gentilezza nell’esporre anche su questioni su cui ci sono diversità di vedute, mette in scena un’immagine di Chiesa farisaica, arrivista, preoccupata di occupare spazi e non di proporre cammini di liberazione.
È una questione che ci riguarda tutti, come comunità. Se c’è un dovere urgente per la comunità ecclesiale, è proprio quello di riscattare il linguaggio dal suo imbarbarimento violento, dalla sua ossessione affermativa, dalla sua pretesa di potersi permettere qualsiasi cosa.
Il linguaggio è una macchina delicata, fragile, che va trattata con cura estrema. Non possiamo ridurlo a una reazione emozionale impulsiva. Soprattutto ci troviamo imbarazzati e inadeguati di fronte al linguaggio della parola di Dio che vuole essere cura e dedizione per l’umano di tutti.
Il linguaggio arrogante e supponente nella maggioranza dei casi produce rancore e risentimento, il linguaggio urlato a slogan non fa che creare divisioni e tensioni tra le persone. In questa situazione i cattolici hanno la possibilità di una testimonianza differente, proprio a partire dalla radice profonda della fede che è di sua natura “dialogica”, che sa essere convinta, ma al tempo stesso gentile.
don Luigi

