Come coltivare la speranza?

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Carissimo popolo di Dio che vive a Cassina de’ Pecchi,  

è bellissima questa frase della lettera agli Ebrei (3,6): “Casa di Dio siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza”. Spesso noi ci ripetiamo altre parole: casa di Dio siamo noi se conserviamo “tradizione e morale” oppure “vita ascetica e disciplina” e ancora “fedeltà e obbedienza”. Dio edifica la sua casa dove è abbracciato da uomini e donne che emanano libertà e speranza.

Come trasmettere libertà? Gesù nei vangeli invita continuamente al “se vuoi tu puoi” e mai al “tu devi”. E queste sono due visioni alternative della fede. Certo c’è anche la proibizione, non tutto è lecito. Il divieto è importante ma secondario, è nella proporzione di uno a mille. Come nel giardino dell’Eden: mille alberi sono per voi, uno solo non è disponibile. Leggere il vangelo significa respirare a pieni polmoni la libertà. Liberi per essere più fedeli. Fedeli nell’essenziale e liberi da tutto ciò che è secondario, transitorio, apparenza. Liberi da due cose: dalle maschere e dalla paura. Che luce darebbero le nostre parrocchie, se chi si avvicina potesse respirare un’aria di libertà e di speranza! Il compito urgente dei cristiani è dare un rinnovato senso all’esistenza. Nella tenaglia che chiude l’oggi, i due denti sono indifferenza e fondamentalismo. I fondamentalisti si distinguono subito perché sono infelici! Uno scrittore italiano, Leonardo Sciascia, scriveva: “Io mi aspetto che qualche volta i cristiani accarezzino il mondo in contropelo”. Non lisciando il pelo ai potenti, non assecondando il pensiero dominante: controcorrente. Gesù usa una bella espressione: “Tra voi non sarà così” (Mt 20,26), Contro i luoghi comuni, contro le abitudini e omologazioni, Gesù propone la differenza cristiana. Non basta essere credenti, dobbiamo essere credibili. Abbiamo un tremendo potere: quello di rendere non credibile il nostro annuncio, vivendo una vita spenta e insipida!

Come trasmettere speranza? Associo volentieri la speranza alla luce, perché nella notte più buia si può sempre accendere un fiammifero. Vorrei citare le straordinarie parole di Friedrich Nietzsche sulla speranza: “La speranza è l’arcobaleno gettato al di sopra del ruscello precipitoso e repentino della vita, inghiottito centinaia di volte dalla spuma e sempre di nuovo ricomponentesi: continuamente lo supera con delicata bella temerarietà, proprio là dove rumoreggia più selvaggiamente e pericolosamente”. Una prima via perché la lampada illumini la casa ce la suggerisce il profeta Isaia (Is 58,7-8) “spezza il tuo pane, introduci in casa lo straniero, vesti chi è nudo, non distogliere gli occhi dalla tua gente, allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto”. Illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirai. Essere luce per noi non significa farci vedere, ma far vedere. Non significa fare dichiarazioni, tanto meno fare rumore. La luce non fa rumore e non fa violenza alle cose, le accarezza. La seconda via è indicata da San Paolo: “Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso” (1 Cor 2,2). Nucleo incandescente della nostra fede: sapere Cristo. Sapere è molto più che conoscere, è avere il sapore di Cristo. Un uomo non può guardare il sole senza che il suo volto ne sia illuminato. Sono gli amici di Dio. Sono volti che irradiano la luce senza saperlo: ci basta vederli. È l’eloquenza dei gesti dell’accoglienza, dei sorrisi e talvolta anche delle lacrime. Infine, la terza via è quando Gesù dice: “Voi siete la luce” non io o tu, ma voi. Quando un io e un tu s’incontrano generando un noi, allora diventiamo luce. Nelle fraternità calde delle nostre assemblee e nell’accoglienza dello sconosciuto. La nostra luce vive di comunione, di incontri, di condivisione. Non preoccupiamoci di quanti riusciamo a illuminare. Non conta essere visibili o rilevanti, essere guardati o ignorati, ma essere custodi della luce, vivere accesi.

don Luigi