Carissimo popolo di Dio che vive a Cassina de’ Pecchi,
l’evangelista Luca annuncia la risurrezione di Gesù con queste parole: “Non è qui, è risorto” (Lc 24, 6). Allo stesso modo Marco: “E’ risorto, non è qui” (Mc 16,6). Infine, anche l’evangelista Matteo racconta: “Non è qui, è risorto”. (Mt 28, 6). Alcuni anni fa un amico ateo mi disse: “In questi racconti di risurrezione io comprendo solo la prima parte – “non è qui” – il resto lo lascio a te”. Questo caro amico mi ha dato uno spunto per pensare, per rendere la mia fede ragionevole e per tentare di dare ragione di ciò in cui credo.
Gesù risorto non è come ce lo aspettavamo, non è nella modalità con cui la vita ci ha insegnato a venerare una persona morta, cioè nel suo essere per sempre indisponibile alla vita. Non è visibile. L’ultimo appiglio di consolazione, quello di un corpo da profumare per il suo ritorno alla polvere, non è accessibile alle donne accorse al sepolcro. L’ultimo scorcio per sbirciare sul post-mortem è una frase negativa: “non è qui”.
È proprio come sbattere la testa contro il muro!
Tuttavia, questa via “negativa”, che non è da intendere come semplice assenza, ma come stimolante ricerca di una presenza nuova e inattesa; mi ispira la ricerca del mistero del Dio della vita attraverso dei sentieri non panoramici, ne sicuri, né affollati, ma piuttosto sentieri selvaggi e inesplorati.
Non è la ricerca della risposta certa e consolante, ma delle tracce di un passaggio. È passato, ma ora non è qui. È come quando si cerca un amico, che ha lasciato a casa il cellulare, lo si cerca nei luoghi dai lui abitualmente frequentati, si contattano altri amici comuni, nella speranza di trovare almeno una traccia del suo passaggio, che ci possa suggerire dove continuare la ricerca.
Ma anche questo non sembra bastare per entrare nel mistero del Dio della vita, perché l’angelo dice: non è “qui”! Insomma, pare che non ci sia luogo sulla terra dove Lui non sia già passato! Non possiamo trattenerlo in nessun luogo per considerarlo solo nostro o poter dire noi l’abbiamo trovato.
Per Dio forse il “qui” non esiste, il suo amore preferisce “ovunque”.
Per Dio non c’è il confine o la misura, ma l’oltre e l’infinito.
La sfida del “non è qui” è ancora aperta. Ritengo che un’esperienza evangelica di fede sia accogliere con umiltà questa sfida.
Una fede che non ci consegna certezze di risurrezione, ma stimolanti domande per cercare con fiducia lo Spirito del Risorto che non è come e dove noi vorremmo trovarlo, ma il Risorto è in cammino ovunque. È un amico inatteso in un luogo improbabile. T
ento di proporre alcuni di questi sentieri di risurrezione, che mi piace anche chiamare vie di luce, che ognuno può percorrere nella sua vita quotidiana e desiderare di vivere al termine di questa lunga quarantena. Il primo sentiero è quello stesso del considerarci “persone in cammino”, cioè pellegrini sulla terra.
La consapevolezza di avere Qualcuno o qualcosa da incontrare, è la linfa della vita, è l’attesa del risorto. Non disperderci o non fermarci è il modo cristiano per superare le fatiche e le sofferenze della vita. Il sentirci in cammino e quindi mai arrogantemente arrivati, è un modo per crescere umanamente e credere con ragionevolezza. Il secondo sentiero è “l’accoglienza”.
Un cammino solitario è l’anticamera della morte spirituale, invece il cammino capace di sguardi, di abbracci e di sorrisi, di amicale compagnia è una vita illuminata, disponibile a cambiare, a risorgere. Infine, il terzo sentiero di luce è “la visita”. Visitare le persone, soprattutto quelle più dimenticate o abbandonate nella solitudine. Il desidero di visitare una persona ci nasce dentro. È un moto gratuito del cuore.
È un’attitudine umana che ci anticipa la visita inattesa di Dio nella nostra vita. È il risorto.
Don Luigi

