Carissimo popolo di Dio che vive a Cassina de’ Pecchi,
mi pare bello ricordare, in questo mese di ottobre dedicato alla missione e alla testimonianza, un testo di padre Silvano Fausti, tratto dal suo libro “Per una lettura laica della Bibbia”.
“Non accettiamo una parola senza avere prima valutato chi la dice e ciò che dice: lui deve essere veritiero e la sua proposta buona. Chi parla è credibile nella misura in cui è testimone. Ciò che dice deve corrispondere a ciò che vive. Se fa il contrario, anche se dice il vero, lo fa per ingannare. In questo modo rende il peggior servizio alla verità che proclama: la scredita. La testimonianza è questione di stile, di concordanza tra forma e contenuto: la parola esprime la vita. Se la forma stride con il contenuto, il contenuto è smentito dalla forma. In altre parole: non possiamo proclamare la gioia del Vangelo con la faccia triste, né il crocifisso (fonte di tale gioia) con i gemelli d’oro ai polsi. Né possiamo fare tante altre cose che facciamo, come sbandierare la libertà dei figli da posizioni di dominio, annunciare le beatitudini vivendo da ricchi. Il cristianesimo non è dottrina che si fondi su un particolare scritto di Gesù, che non esiste. La sua novità è il modo, o stile, con cui egli ha interpretato e vissuto ciò che dice la Scrittura di Israele. Girolamo Fracastoro diceva che l’arte è un modus dicendi («moda» viene da modus). Anche il cristianesimo è soprattutto un’arte, un modus vivendi: è questione di “stile”. Lo stile consiste nel fare, con le stesse pietre, la stessa stoffa o le stesse parole, un edificio, un vestito o una poesia in un modo invece che in un altro. Il cristianesimo non propone un mondo diverso, ma un modo diverso di vivere la stessa realtà che tutti vivono. E la bellezza è segno della sua bontà, che lo rende appetibile ad altri. È credibile solo la testimonianza di chi incarna nella vita ciò che dice con la bocca. I fatti parlano più delle parole. Il testimone non parla ad effetto, come chi vuole imbrogliare. Esprime con modestia ciò che vive come valore, e lo comunica con semplicità ad altri, perché possano goderne con lui (cf 1Gv 1,1-4). Se la fiducia nell’altro rende possibile la trasmissione di un valore, la testimonianza affidabile rende possibile la fiducia. Per questo c’è più bisogno di testimoni che di maestri (cf Paolo VI, Evangelii nuntiandi, n. 41). Se insegni e non fai, insegni a non fare ciò che dici. Se sai con il cuore, puoi anche tacere con la bocca. Il sapere/sapore interiore è come… la tosse: non puoi nasconderlo! Purtroppo, noi uomini di Chiesa siamo preoccupati di “insegnare” la verità, ad altri, più che di “imparare”. Testimone non è chi insegna, ma chi impara (è discepolo): impara da Gesù ad essere, come lui, fratello di tutti. E questo lo si impara sempre dall’altro, dal fratello appunto. Soprattutto dal povero, nostro maestro di umanità”.
don Luigi

