Da AsiaNews, 24/05/2011
COREA DEL NORD
Nel regime dei Kim “vivono ancora dei cristiani. E sono stimati”
di Joseph Yun Li-sun
Seoul – In Corea del Nord “vivono ancora circa 40mila cristiani sotterranei. Inclusi quelli, e sono la maggioranza, che per la loro fede sono finiti in un campo di lavoro”.
Lo ha dichiarato il ministro protestante Lim Chang-ho nel corso di un’intervista al Daily NK.
Secondo il pastore, “dato l’altissimo livello di repressione del regime nei confronti dei cristiani, loro si preservano nell’unico modo che hanno: si sposano fra loro e in segreto”.
In Corea del Nord, i cittadini sono organizzati in 51 classi.
Le prime tre sono basate sulla lealtà alla famiglia Kim e al culto della personalità che impone il “presidente eterno” e il “caro leader” suo figlio come uniche forme di divinità ammesse nel Paese.
Ovviamente, chiunque professi una religione o venga trovato in possesso di materiale religioso è classificato come “ostile” e viene di fatto bandito dalla vita pubblica del Paese.
Secondo le testimonianze di coloro che riescono a fuggire dalle grinfie del regime, ai cristiani è riservato il trattamento peggiore.
A questa situazione, la sparuta comunità reagisce nel migliore dei modi: “Il cristianesimo resiste in quel posto soltanto grazie all’atteggiamento dei fedeli, ammirevole e coraggiosissimo. Quando i vicini di casa vedono come si comporta un cristiano, vogliono imitarlo: non posso confermarlo, ma si parla persino di alcune conversioni”.
In effetti, il pastore Lim ha esperienza diretta della comunità dato che – sostiene – ha portato beni di prima necessità nel Nord: “Se portiamo disinfettanti o antibiotici, sappiamo già da prima che i cristiani sotterranei non li useranno: aspettano che qualcuno sia grave e passano le medicine a lui. In alcuni villaggi sono le persone più stimate che ci siano”.
Secondo gli ultimi dati in possesso dei cristiani del Sud, “nei campi di lavoro forzato dove vengono sbattuti tutti coloro che professano una religione vivono al momento circa 30mila cristiani. Una situazione terribile, ma sappiamo che ci sono circa 10mila nostri fratelli ancora in libertà”. Alcuni ritengono però queste cifre esagerate.
Fonti di AsiaNews parlano di “non più di 200 cattolici” ancora vivi in Corea del Nord, per la maggior parte persone molto anziane sopravvissute alla guerra civile e alla deportazione.
Tuttavia, la Chiesa cattolica del Sud compie un’opera molto importante con tutti i fuoriusciti e – spiega ad AsiaNews il vescovo di Daejon mons. Lazzaro You Heung-sik, che cura la pastorale degli immigrati – “spesso sono i migliori missionari. Noi non corriamo dietro alle conversioni, aspettiamo di vedere se un percorso naturale si perfeziona ed è sincero. Ma questo ogni tanto avviene, ed è un grande frutto di Dio”.
Da AsiaNews, 21/05/2011
COREA
Cristiani protestanti inviano aiuti non autorizzati a Pyongyang
di Joseph Yun Li-sun
Seoul – I cristiani protestanti della Corea del Sud hanno inviato beni alimentari al Nord per un valore di 100mila dollari. Ma l’invio non è stato autorizzato dal governo di Seoul – che ha tagliato i ponti con Pyongyang dopo le due aggressioni militari di marzo e aprile – e ha reagito “biasimando” il gesto unilaterale e minacciando un’indagine.
Il Consiglio nazionale delle chiese coreane ha risposto definendosi “non legato dalla politica” e ha ventilato l’ipotesi di continuare con gli invii.
Secondo una fonte di AsiaNews, il gesto è “comprensibile e umano, ma avventato. Gli invii ufficiali di aiuti alimentari e sanitari verso la Corea del Nord è stato interrotto per un motivo, un’aggressione militare inaccettabile. Tutti noi soffriamo per i nostri fratelli del Nord, piegati da un regime dispotico e violento, ma sappiamo anche che i generi alimentari inviati per strade non ufficiali finiscono spesso in mano ai militari, non alla popolazione”.
Il Consiglio delle chiese ha confermato l’invio di 172 tonnellate di generi alimentari, principalmente farina, avvenuto attraverso canali “non ufficiali”: esuli nordcoreani che vivono in Cina.
Il governo di Seoul ha parlato attraverso la portavoce del ministero per l’Unificazione Lee Yong-joo, che ha stigmatizzato il gesto: “Prenderemo le misure adeguate e stiamo monitorando la situazione”.
Kim Chang-hyun, portavoce del Consiglio, ha risposto: “Non ci sentiamo legati dalla politica. Siamo cristiani e vogliamo compiere gesti puramente umanitari. La posizione del governo sudcoreano non ha senso, e non otterrà altro se non peggiorare le relazioni fra le due Coree. Noi continuiamo per la nostra strada”.
La fonte di AsiaNews conclude: “Sono stati avventati, forse un po’ troppo. Il governo di Seoul ha autorizzato in questo periodo alcune Ong a inviare dei beni, consegnati nelle mani della popolazione: parliamo di un carico da 750mila dollari, fra cibo e medicine. Ma queste prese di posizione rischiano di aggravare la posizione di tutti, e alla fine a pagare saranno i nordcoreani”.
Anno II, n. 53
