Nel pomeriggio di domenica 4 Marzo, il gruppo dei diciotto-diciannovenni (molti dei quali si accostano per la prima volta all’impegno elettorale) e il gruppo degli adolescenti vivranno insieme l’attività di raccolta viveri in favore della Caritas cittadina, che mensilmente distribuisce pacchi di alimenti a quaranta famiglie in difficoltà del nostro paese (oltre a offrire diversi altri servizi di aiuto). I condomini interessati dall’iniziativa sono già stati avvisati con una lettera consegnata dai ragazzi di terza media.
Penso che la decisione di far coincidere l’impegno elettorale con un altro impegno, altrettanto “politico” ma di diversa natura, sia particolarmente felice e di alto valore simbolico, perché permette a tutti noi, a tutta la comunità, di interrogarsi sul vero significato della politica e sul ruolo che i cristiani possono avere al suo interno.
La politica è ciò che riguarda il bene della pòlis, ossia della città e delle parti che la compongono, i suoi cittadini. In questo senso, il termine può significare molto di più della sola amministrazione della cosa pubblica all’interno delle istituzioni (che rimangono indubbiamente il luogo privilegiato della politica), ma arriva a includere tutti quei gesti, tutte quelle attività che portano il cittadino a fuoriuscire dalla sfera privata e occuparsi in prima persona della sua comunità.
La tradizione cattolica porta avanti una concezione laica della politica, che mantiene questa separata dalla religione, nel senso che le due cose non devono mai coincidere, l’una non deve travalicare l’altra. Questo non significa, però, che sussista un’incompatibilità tra fede e attività politica. Lontano dall’individualismo contemporaneo, anzitutto il cristianesimo non ha mai rinunciato alla comunità, ma al contrario nasce con il formarsi di una nuova comunità (Gesù e gli apostoli). Il termine chiesa, d’altro canto, viene da ekklesia, che designava l’assemblea dove si radunavano tutti i cittadini della pòlis. Il cristiano, però, oltre a vivere la comunità come lo spazio naturale in cui la sua vita si realizza, appartiene non solo alla comunità cristiana, ma anche a quella più ampia dei suoi concittadini. Il cristiano è nel mondo e partecipa al pari di tutti delle gioie e dei dolori della sua comunità.
Appurata la laicità della politica, quale contributo particolare può apportarvi un cristiano? L’energia della fede, che illumina la ragione e la volontà di perseguire il bene comune. Le contraddizioni e i necessari compromessi della politica non sono in contrasto con la fede: essa è piuttosto l’opportunità di illuminare l’azione politica, di farla andare oltre i propri limiti, senza tuttavia mancare mai di realismo. La fede può essere l’unica forza in grado di mettere in moto l’uomo di fronte a sfide apparentemente impossibili. Il cristiano, quindi, non guarda ai problemi con la coscienza infelice di chi non può fare niente, ma con la fede di chi prova, ognuno per quanto può, a risolverli. Questo è l’insegnamento che ci danno i ragazzi domenica pomeriggio. La testimonianza di una fede che, nonostante le cifre poco incoraggianti sulla povertà (che continuamente e giustamente vengono sottoposte alla nostra attenzione) e nonostante che da anni non diano segnali di miglioramento, non dispera e continua a mettersi in moto, mossa dal desiderio di contribuire al bene comune.
La politica, intesa nel senso più ampio del termine, ha bisogno di cristiani, di cristiani che si impegnino in prima persona nelle istituzioni, studiando i problemi con la passione e la lealtà intellettuale e civile che ci appartiene (e il bisogno è largamente visibile), di cristiani che vadano a votare informandosi attentamente e secondo coscienza, ma anche di cristiani che partecipino a quella forma alta di politica che è mettersi in gioco in qualunque attività che contribuisca al bene della propria comunità. Papa Paolo VI diceva infatti, e ne era convinto, che “la politica è la forma più alta della carità”.
Matteo Lorenzi (Equipe Educatori)
