Carissimo popolo di Dio che vive a Cassina de’ Pecchi,
come faccio a sapere se sto pregando bene? O, ancora prima, se sto pregando? Come faccio a sapere che non è tutto un gran fantasticare? Come faccio a sapere se Dio sta davvero comunicando con me nella preghiera? Qual è il modo migliore di pregare? Come si fa a pregare? Tutte queste domande sembrano fondersi in una sola: la preghiera, che cos’è?
Le definizioni sono molte. Una tradizionale, di Giovanni Damasceno, un santo del VII secolo, vuole che la preghiera sia una “elevazione della mente e del cuore a Dio”. Ci ricorda che la preghiera non è solo un esercizio intellettuale, ma anche emotivo. Ma questa definizione da troppo peso ad un solo aspetto: descrive quello che io cerco di fare, ma taglia fuori Dio. Dio che cosa fa? Aspetta che io elevi mente e cuore a Lui. Come immagine di Dio mi sembra troppo passiva! Karl Rahner, teologo gesuita del XX secolo, scrisse che la preghiera è “l’autocomunicazione di Dio, donata per grazia e ricevuta in libertà”. Questa definizione mi sembra ancora troppo sbilanciata, ma questa volta dalla parte opposta: come se noi non facessimo altro che starcene con le mani in mano ad aspettare Dio. È la nostra parte della relazione ad essere tagliata fuori. Un’altra definizione che mi colpisce è di un altro teologo americano, Walter Burghardt: la preghiera è un “lungo, amoroso, sguardo sulla realtà”. “Lungo” perché la preghiera procede in modo calmo, pacato. “Amoroso” perché si innesta in un contesto di amore. È uno “sguardo”, perché ha a che fare con l’essere consapevoli. Infine, la preghiera è “reale”, perché la nostra vita spirituale riguarda principalmente quello che avviene nella vita di tutti i giorni. È una bella definizione, che sottolinea il radicamento della preghiera, eppure, mi sembra non tenere conto del ruolo di Dio. Che cosa fa Dio mentre noi gettiamo uno sguardo amoroso sulla realtà? Santa Teresa d’Avila sosteneva che la preghiera è “una conversazione con Dio”. Con l’accento così posto sull’aspetto relazionale della preghiera in quanto strada a doppio senso di marcia, qualche lacuna sembra colmarsi. Se la preghiera è una conversazione, devo forse sentire delle voci? Come posso ascoltare Dio? Come posso conversare con Dio? E ancora la preghiera è una “relazione personale con Dio” che può essere utile paragonare alla relazione con un’altra persona. Un’analogia imperfetta, ma può aiutare ad approfondire la nostra relazione personale con Dio. Ciò che fa una buona amicizia fa una buona relazione con Dio, e questo fa anche una buona preghiera. Insomma, cosa siamo invitati a fare nella nostra relazione con Dio? Pregare è mantenere viva la domanda su Dio, cercarlo, attenderlo, amarlo.
Ricordo il racconto di un teologo che voleva aiutare la madre a superare la semplice preghiera della recita del rosario per insegnarle qualcosa sulla vera preghiera, come disse lui. “Perché dici il Rosario?” le chiese. “Giovanni ho sempre detto il Rosario”, disse lei. “Si, ma perché?”. “Perché, mi piace”. “Cosa ti succede quando dici il Rosario?”. “Be’, mi calmo”, rispose la madre, “poi guardo Dio e Dio guarda me”. Giovanni dovette ricredersi! Chi può sapere cosa si muove dentro un’altra persona? Riconosceva il pericolo di privilegiare un modo di relazionarsi a Dio rispetto ad un altro. Come scrisse Sant’Ignazio, “è pericoloso fare avanzare tutti per la stessa strada”. Prega, ama e fai quello che vuoi.
don Luigi

