Diventare Anziani che cosa comporta?

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Accettare interiormente di diventare anziani non è assolutamente naturale e non è per niente facile.

In effetti, molto spesso l’uomo non lo accetta, ma lo sopporta semplicemente.

Infatti il sottoscritto non può eliminare il fatto che ha ottant’anni invece di cinquanta o di sessanta, che le sue forze non gli permettono più di salire le scale di corsa, ma che le deve fare lentamente, che la mia pelle non è più liscia, ma comincia a lasciare spazio a qualche ruga, che i miei capelli si rarefanno e mi fanno ricordare quell’indovinello che dice: “Che cosa fanno due capelli sulla testa di un calvo?” – risposta: “Fanno la guardia a tutti quelli che sono caduti”.

E neppure posso disattendere il nascente bisogno di aiuto, per cui non posso fare a meno degli altri. Mi capita qualche volta di sfogliare i miei album di fotografie alla presenza di persone e di sentire esclamare da qualcuno: “Ma guarda! Che bel giovanotto!”. Viene da sorridere, perchè gli anni che ho adesso non me li tira indietro più nessuno e il “bel giovanotto” rimane chiuso in quell’album.

Ma c’è un altro fatto da considerare. Spesso si fa tutto il possibile per mascherare l’anzianità incalzante e per simulare una giovinezza che non c’è più.

Certe volte vengono presentate in televisione delle attrici famose (per chi le conosce) che sembrano avere trenta-quarant’anni, ma poi vieni a sapere che ne hanno sessanta – settanta… Attenzione! Il trucco c’è e lo sguardo esperto vi intuisce la commedia e in tal modo alla falsità si aggiunge il ridicolo.

È proprio vero ciò che dice il Salmo 90: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica e dolore: passano presto e noi ci dileguiamo con essi”.

Ma a me piace pensare, per riuscire poi a metterlo in pratica, quello che il Cardinal Giovanni Colombo, già Arcivescovo di Milano, diceva ai suoi anziani: “Pensando a me stesso, vi confiderò che io mi sono abituato a chiamare alla francese i miei 82 anni, sapete come dicono i francesi ottant’anni? Dicono: quattro volte venti. Così dico anch’io. E spero che Dio nella sua bontà ne porti Lui tre ventine, e lasci a me solo una ventina. Così sento gli anni leggeri e facili da portare. E per tal modo, vivo ogni giorno contento e sorridente”.


Persuadersi che si diventa Anziani (1° precetto)

Anziano è “colui che avanti con gli anni”. Si tratta, dice Mons. Olgiati, di un “andare avanti” inevitabile ed inesorabile. Non si possono bloccare gli anni che passano! Si possono contare, ma non bloccare.

Quando io ho compiuto 80 anni, ho vissuto qualcosa come 2,5 miliardi di secondi. Ci sembrano tanti ma il tempo non si ferma e li divora: 3.600 in un’ora 86.400 secondi in un giorno, 31.536.000 in un anno. Il calcolo non l’ho fatto io, ma uno più bravo di me.

Però sono contento che i miei 80 anni non si siano fermati, e che anche senza il mio permesso sono andati avanti; ora ne ho 81 e 8 mesi. Questo avviene perchè c’è una legge di natura, che risale al Signore, che ha creato la natura con leggi appropriate e non con capriccio.

Anzi, è un “andar avanti” con gli anni verso la definitiva perfezione.

Quindi la parola “anziano” contiene un concetto dinamico, di progressività, di vita…

È una cosa bella a sapersi!

L’anno scorso scrissi sul mio diario questa paginetta. “La mia carta d’identità scade il 18/1/2006. Il rinnovo non costituisce un fatto eccezionale: è una norma di legge. Lo so che sono già passati cinque anni, ma se non fai attenzione, quei cinque anni potrebbero prolungarsi senza che te ne accorgi. Per cui questa mattina, deciso, sono andato in Comune per rinnovarla. I documenti personali li conservo bene, infatti l’impiegata, controllando la tessera, esclama: «Ma è ancora nuova!». Certo rispondo, se tratto bene i documenti, che mi richiamano la persona, a maggior ragione saprò trattare bene la stessa persona. Occorrono tre fotografie, possibilmente recenti. Il Comune ha risolto il problema installando nell’Ufficio Anagrafe una cabina fotografica. Entro, eseguo le istruzioni ed esco con quattro fotografie pronte per il rinnovo. Mi fermo un istante a riflettere e mi domando: “Possibile che in questi 5 anni passati non sia cambiato nulla?”. Confronto le due foto, quella vecchia e quella nuova. La differenza c’è, e la si vede! Ora ho tra le mani la mia nuova carta d’identità. La osservo con curiosità e guardo una data: scadenza 18/1/2011… quando sarà scaduta avrò 85 anni! Ci sarò ancora? Ma sì, lo spero proprio. La vita è bella e continua. Intanto rifletto su questo proverbio inglese. Il tempo è: troppo lento per coloro che aspettano; troppo svelto per coloro che temono; troppo lungo per coloro che piangono; troppo breve per coloro che gioiscono; ma per coloro che amano il tempo è eternità.”


Scoprire il nuovo modo di valere (2° precetto)

Il primo precetto per saper vivere da anziani è quello di persuadersi che si diventa anziani. La persuasione dunque è il primo passo; ma non basta. Bisogna andare avanti ed iniziare il secondo passo, che è quello di scoprire il nuovo modo di valere.

Mi ha sempre colpito la famosa frase: “L’Uomo vale per quello che è, non per quello che ha o che produce”.

L’anno scorso sono stato in Polonia ed ho visitato l’immenso campo di sterminio di Auschiwitz e Birkenau, costruito con un piano diabolico contro la stessa umanità. Mi sono chiesto il perchè. La risposta è una sola: la concezione nazista, che eliminava le persone fisicamente inutili.

Sento parlare e leggo articoli dai giornali sulla eutanasia e mi convinco sempre più che alla base ci sta una concezione utilitaristica.

Nel mio lungo ministero pastorale mi sono trovato nella situazione di discutere sul comunismo e sempre emergeva la concezione materialistica… e la caduta del muro di Berlino ne è una prova.

Ma anche ciascuno di noi può essere tentato da questa concezione quando ci domandiamo: “Non sono più capace di fare niente! Perchè il Signore non mi fa morire?”. È una tentazione insidiosa che non bisogna ascoltare e prontamente allontanare.

Quanto dunque può valere ciascuno di noi nell’arco della sua vita?

Dice bene lo scrittore Romano Guardini: «L’infanzia ha il suo senso, ed è quello della crescita, cosa che presuppone subito che vi sia un ambiente circostante che rende possibile e promuove tale crescita e in quest’atteggiamento conquista dei valori che, altrimenti, non sarebbe in grado di raggiungere… Essa, tuttavia, esiste in favore del seguito della vita, perchè l’adulto trae sostentamento da ciò che da bambino ha vissuto ed è diventato… Analogamente vale per la vita del giovane, ed anche a proposito dell’uomo quando è giunto ad un’età matura. Pertanto anche l’anziano è una forma particolare, il cui senso può certo essere definito dalla parola “saggezza”. Colui che diventa anziano nella maniera giusta diventa capace di comprendere la totalità della vita. Egli vede i fatti nel loro contesto; comprende come le diverse disposizioni, le diverse opere, le diverse conquiste e rinunce, le gioie e i dolori si compenetrano e si determinano all’interno di uno stesso contesto e ne nasce quel meraviglioso intero strutturato che chiamiamo “vita umana”».

“Non sono più capace di fare niente! Perchè il Signore non mi fa morire?”. Appunto perchè il Signore, che guarda nel profondo dell’essere, sa quello che vali e rimane sempre incantato ed innamorato di te!


Avere un segreto per la vivavità (3° precetto)

Possiamo paragonare l’entusiasmo ad una fiamma; ma l’esperienza ci dice che questa fiamma non può essere perenne, perchè, con il passare del tempo, tende a spegnersi anche nelle realtà migliori: nelle più belle (matrimonio), nelle più sante (sacerdozio), nelle più ambite (professione)…

Infatti gli anziani con piacere ricordano la bella fiamma di un tempo, capace di darti quella vivacità necessaria per sentirti protagonista nei vari settori della vita; sono pronti però a sottolineare che, con l’avanzare dell’anzianità, non è più così.

Certo, quella fiamma c’è ancora, ma si è affievolita, l’entusiasmo viene meno e non si è più vivaci come un tempo. Ebbene, Mons. Olgiati suggerisce un segreto per essere ancora vivaci. Quale?

Occorrono degli stimoli che sollecitino l’interesse, degli accendini che mantengano la fiamma. Gli “accendini” sono quelle “preferenze” capaci di suscitare in ciascuno di noi, in modo diverso, fantasia, appassionamento, contentezza, impegno…; per esempio, un’idea affascinante o un hobby singolare o un gusto piacevole.

Personalmente ho constatato l’utilità di questo suggerimento quando alcune settimane fa ho accompagnato il Gruppo della Terza Età a visitare la Mostra dei Presepi.

Scrissi: “Fortunatamente… mi sentii di ritornare ad essere quel don Bruno di un tempo, quando la forza e l’entusiasmo ti spingono ad assumere il ruolo centrale della compagnia… Allora ti vengono spontanee iniziative, parole, gesti, suggerimenti…”; e la vivacità viene condivisa e sottolineata anche dai partecipanti: “Grazie, mons. Bruno, perchè ho trascorso proprio un bel pomeriggio; con il suo umorismo e la sua allegria riesce veramente a tenere la compagnia!”. Questo è solo un piccolo esempio, ma ce ne sono tanti altri, che ciascun anziano potrebbe raccontare.

Mons. Olgiati poi continua a svelarci il suo segreto e scrive: «Tali “accendini” sono indispensabili, perchè, quando non li abbiamo di dentro, li cerchiamo di fuori, nella artificiosità della droga o nella insincerità di qualche avventura. Ma questi “accendini” piccoli segreti per la vivacità, non si comprano sulle bancarelle del mercato: si scoprono e si costruiscono nella propria interiorità. Si verifica allora un gradito fenomeno: da quando si incomincia a conoscere e a lavorare se stessi, non si ha più voglia di trascurarsi, di gettarsi via; troppo spesso succede che l’anzianità sia come un giardino improduttivo ed insoddisfacente, perchè nelle età precedenti vi si è poco seminato e premurosamente coltivato. Eppure vi era un eccellente terreno».

Termino con una barzelletta. Pierino racconta ad un amichetto: «Per invecchiare bene bisogna tenersi in forma. Mia nonna all’età di 45 anni ha cominciato a fare ogni giorno 5 km a piedi. Adesso ne ha 97 e non sappiamo dove sia…».


Reagire alla tendenza all’isolamento (4° precetto)

In autunno, ai primi freddi i rami si curvano, si ripiegano, si afflosciano; tendono all’isolamento, a rinchiudersi, a conservarsi nel proprio piccolo mondo, mentre le foglie cadono dagli alberi.

«Sbrigati a metterti il pigiama» dice mamma scoiattolo al suo piccino. «No, io in letargo non ci voglio venire, resto sveglio per tutto l’inverno», protesta. «Ma scusa, perchè?». «Voglio scoprire chi è che tutte le primavere fa rialzare i rami e riattaccare le foglie sugli alberi!».

È una barzelletta. In realtà fa capire che gli anni della anzianità sono come i rami d’autunno: mentre in primavera, pieni di linfa, puntano in su, ad occupare il cielo, quando viene l’autunno lasciano cadere le foglie, si ripiegano, si isolano nel proprio ambiente, nel quale si comincia a sentire l’odore di muffa.

Invecchiare, dice Mons. Olgiati, non deve essere ammuffire: il vino che invecchia migliora, il vino che fa muffa viene gettato via.

Allora bisogna dare aria, spazio, apertura all’anzianità: anche se si esige un po’ di sforzo e di fatica ad aprire la finestra del suo castello.

Io lo faccio tutte le mattine quando mi alzo: spalanco le finestre, respiro l’aria buona, osservo la natura che mi sta attorno ed esclamo, riconoscente: «Mio Signore e mio Dio, quanto sei grande e buono!».

Ma poi la giornata continua: come riempirla per non sentirsi isolati?

Mons. Olgiati dà utili suggerimenti: leggere il giornale quotidiano, settimanale, mensile e qualche libro; andare in giro, un po’ per spasso ed un po’ per cultura; raggrupparsi a discorrere, a fare lavoretti utili, a raccontarsi, a passare qualche ora allegramente insieme; partecipare a qualche iniziativa civile, sociale, parrocchiale, etc.

A dire la verità, il Gruppo della Terza Età, cerca di dare un po’ di aria, di spazio e di apertura all’anzianità dei partecipanti. Siamo in pochi, ma è un Gruppo significativo e attivo. Certo, non ci accontentiamo di essere sazi di quello che siamo e di quello che sappiamo e neppure di ridurci a cammelli che stanno pigramente a ruminare ciò che hanno ingoiato, ma vogliamo essere sempre uccellini che beccano poco e dappertutto!


Organizzare il proprio tempo (5° precetto)

Organizzare il proprio tempo è un problema che si presenta soprattutto quando si va in pensione o si rimane soli.

Ho conosciuto persone che hanno accettato di andare in pensione con sollievo e soddisfazione; altri si sono sentiti bruscamente espulsi dal settore produttivo e diminuiti di prestigio, a loro pare di perdere tutto ciò che per tanti anni ha riempito la loro vita e di precipitare verticalmente nel vuoto; altri ancora contenti, ma un po’ insoddisfatti; infine c’è chi rimane perplesso e un po’ preoccupato di fronte ad un nuovo modo di vita, che prevede di non facile accettazione.

Per tutti però si affaccia l’organizzazione del tempo e della giornata. Ora il ritmo del tempo non è più imposto, ma è a piacimento, il vivere viene affrontato senza un programma…così come viene viene. Bisogna stare attenti, perchè ne può derivare una grave conseguenza, che il nostro non è più un vivere, ma un lasciarsi vivere, come sugheri che viaggiano sull’onda.

Scrive Monsignor Olgiati: «Non dobbiamo renderci rinunciatari: il tempo è oro anche quando è il tempo degli anni anziani. Tocca a noi, a ciascuno, organizzarsi; certamente non più per il richiamo prepotente della sirena che puntualmente dà ordine… ma per una propria intelligente decisione. E tocca a noi, a ciascuno, rispettare questa organizzazione: se non ci sarà più il cartellino da timbrare, ci sarà sempre la propria personalità da vidimare». personalmente mi sono sempre abituato ad organizzare il mio tempo, ma soprattutto da quando sono andato in pensione ho capito meglio l’utilità e la necessità di farlo, stabilendo subito degli obiettivi precisi. Ho visto anche, con piacere, parecchi anziani in pensione darsi da fare per occupare bene il proprio tempo in famiglia, nella Parrocchia, nell’Oratorio, nel sociale, nei movimenti, nella scuola, ecc. Conclude Mons. Olgiati: «L’ozio è il padre dei vizi, sempre; al contrario l’anzianità deve essere matrice di nobili, anche se discrete, virtù».

Dormivo e sognavo che la vita non era che gioia: mi svegliai e vidi che la vita non era che servizio: servii e compresi che il servizio era la gioia.


Il valore dell’anziano (6° precetto)

Oggi riscontriamo dappertutto l’idea che soltanto la vita nella fase giovanile avrebbe valore per l’uomo, mentre l’anzianità (la vecchiaia) viene considerata come decadenza. È vero?

Alla soglia dei miei ottantadue anni sto facendo questa considerazione, che sembra curiosa, ma non lo è; ci sono cose che il tempo fa andar su di prezzo, specialmente se tali cose sono rare.

Per esempio: la propria sapienza (o saggezza), acquistata nella lunga e talora dolorosa scuola della vita.

Ripenso al vuoto creato nella mia famiglia all’età di quattro anni, con la perdita di mia mamma a soli trentasette anni; alla scelta della mia vocazione in tarda età tra il lavoro e la chiamata al sacerdozio. Ricordo con stupore quasi incredulo i dodici anni di faticosi studi, interrotti per la guerra, fortunatamente poi recuperati. Rivedo il lungo ministero sacerdotale nei suoi aspetti più belli e soddisfacenti, ma anche in quelli di pesanti difficoltà e di rapporti con tante persone in condizioni più disparate…

Ora, anziano e libero da responsabilità, mi rendo conto del valore di quella sapienza, che a gocce, giorno dopo giorno si è inserita nella mia vita e che oggi viene riconosciuta e onorata nella mia persona, non per merito mio, ma per quello che veramente è, cioè un valore specialmente oggi.

Così è anche per la propria onestà, esercitata e difesa anche a costo di immediati svantaggi; per la propria libertà, mai messa in vendita; per la propria tradizione, che ha saputo tuttavia aggiornarsi; ecc.

Sapienza, onestà, libertà, tradizione…: questi sono i valori che il tempo fa andar su di prezzo, perchè oggi sono rari. Infatti chi oggi apprezza questi valori?

Scrive Monsignor Olgiati nel suo libricino: «Verrà il suo tempo. Anche Pinocchio, il burattino di legno, voleva buttar via le bucce della mela: per sua fortuna il vecchio Geppetto le aveva conservate per quando, era sicuro, la sua creatura avrebbe avuto fame! La realtà vera è quella di “essere possessori di valori”; non un forziere vuoto, ma quello richiamato dal vangelo, dal quale “il capofamiglia tira fuori cose vecchie e cose nuove” (Mt 13, 52)».

Rifletti: Già si sa che non si sa. Niente sa chi sa che sa. E chi sa che nulla sa, ne sa più di chi ne sa. Questo biglietto fu trovato in una delle tasche di don Calabria alla sua morte.

Che vuol dire? Scioglilingua o frutto di sapienza?


Caricarsi di speranza (7° precetto)

Quando scrisse la seconda lettera al discepolo Timoteo, l’apostolo Paolo aveva appena superato i 60 anni; invecchiato e stanco, ma sereno……. Immagina i suoi ultimi anni non come un scendere nel nulla, ma come uno “ spiegare le vele” per spingersi al largo (4,6); un viaggio, l’ultimo dei suoi viaggi per amore del Signore, sospinto dal vento della speranza, per ricevere il quale la vela si spiega in tutta la sua ampiezza.

E la speranza è vita, è forza, è gioia.

La speranza, soprattutto per i credenti, non è una comoda illusione, un dubbio accarezzante: la speranza cristiana deriva dalla certezza della fede.

E la fede, che si fonda su Gesù Cristo
morto e risorto, assicura che “l’andare
avanti negli anni” è diretto al paradiso.
Che sarà il “paradiso?”
Il luogo dove gli anni si fermano nella eternità,
il luogo dove gli anni non contano più;
ognuno sarà per sempre nello stato
degli anni migliori, in una miracolosa
giovinezza con Dio
“ il sempre più giovane” (S.Agostino)
Perciò “l’andare avanti con gli anni
verso Dio che fa giovinezza nella mia vita”
diventa il programma
ed il vanto dell’anziano.

“DIO DONI PACE E BENEVOLENZA A TUTTI QUELLI CHE SEGUONO QUESTI PRECETTI” (Gal 6,9)
(Mons. Luigi Olgiati)

A cura di monsignor Bruno Magnani