Agli iscritti al Gruppo della Terza Età è stato distribuito un libricino intitolato “I sette precetti per saper vivere da anziani” di Monsignor Luigi Olgiati, nato ad Arconate il 27 gennaio 1921, prete nel 1944, professore nei Seminari di Masnago e Seveso, Assistente diocesano dell’Azione Cattolica giovani, Parroco a Milano S.S. Redentore e a Sesto San Giovanni, dove termina la sua vita terrena il 24 novembre 2006.
Il Consiglio e l’Esecutivo diocesani della Terza Età si sono chiesti: perchè tenere questi precetti nel cassetto? e hanno pubblicato il libricino. Anch’io mi sono fatto la stessa domanda: perchè non far passare parola su questo argomento anche ai lettori dell’Insieme della nostra Comunità Pastorale “Maria Madre della Chiesa”? E mi sono deciso di farlo da uomo anziano, certamente non da esperto, ma da semplice cittadino che sta vivendo quella fase della vita che è detta vecchiaia.
Ho ottantun “primavere” sulle mie spalle, perchè sono nato il 27 marzo 1926, e spesso mi sento dire dalla gente: «Don – oppure Monsignore – come sta? Sta bene?». Immaginatevi se io, per strada o in qualsiasi altro posto, possa dire: «No! Sto male!».
Le domande e le risposte non sono retoriche, ma esprimono una certa preoccupazione per chi ci vuole bene e un problema serio per chi ormai sa e se ne accorge che la vita si allunga e porta con sé le inevitabili conseguenze.
Insomma, il «saper vivere da anziani – dice Monsignor Olgiati – è un problema, ossia una realtà che viene inesorabilmente contro, come l’onda del mare, sbattendo contro la riva rocciosa; lo si risolve non cercando altrove (nel proprio passato o in qualche illusione) ma guardandogli dentro, ossia con intelligenza e saggezza».
Ci provo anch’io ad affrontare questo importante problema, tenendo conto dell’esperienza altrui, ma soprattutto della mia esperienza personale.
Vecchi o Anziani?
Mi è capitato più volte di uscire con questa espressione: «Ormai sono vecchio anch’io!» e di sentirmi rispondere: «Non dica così, don Bruno! lei è anziano non vecchio!».
Quando io ero giovane le parole più usate erano: vecchiaia, vecchio, diventare vecchio, vivere da vecchio, ecc.; e la persona che si trovava in questa età della vita era considerata con rispetto e con una certa venerazione. Oggi la parola “vecchio” è stata messa un po’ da parte e si preferisce quella di “anziano”.
Ma c’è una differenza o sono sinonimi?
Lo scrittore Romano Guardini parlando delle età della vita usa il termine “vecchi” e “vecchiaia”. Monsignor Luigi Olgiati nel suo libricino parla di “anziani” e di “saper vivere da anziani”. Guardini dice che diventare vecchio non vuol dire semplicemente aver superato un certo numero di anni o che le proprie forze fisiche si trovino in un determinato stato, bensì che c’è un modo giusto e un modo sbagliato di diventare vecchio. Monsignor Olgiati parte dal significato della parola “Anziano” che vuol dire precisamente “colui che va avanti con gli anni”; quindi contiene un concetto dinamico, di progressività, di vita…
Certo bisogna dimenticare la segreta ostilità che la vita in crescita oppone alla vita declinante. La storia del nazismo lo conferma. “Ma lo conferma anche il vecchio stesso quando egli prova astio nei confronti della vita che gli scivola di mano; sorridendo o arrabbiandosi desidera avere 30-40 anni in meno; quando invidia alla gioventù la giovinezza, il futuro, i progetti e la speranza e cerca di far perdere alla gioventù il gusto di tutto questo, anche rifiutando tutto quanto è nuovo e trasfigurando tutto ciò che è vecchio” (Guardini).
Questo è un modo sbagliato di diventare vecchio e la tentazione non è piccola, bisogna reagire.
Il problema allora sarà quello di diventare vecchio o anziano nel modo giusto, cioè il “saper vivere da anziani”, come insegna Mons. Olgiati. Espressiva è anche la barzelletta che recita: «Come avete fatto nonnetta ad arrivare alla bella età di cento anni?». «Eh, ce n’è voluto del tempo!».
(A cura di monsignor Bruno Magnani)
