RIBELLI PER AMORE (2)

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“La memoria” di don Ambrogio Verderio

 

Il Cardinale Ildefonso Schuster muore il 30 agosto 1954 nel Seminario di Venegono. Dopo la sua morte, i sacerdoti “ribelli per amore” sentono il bisogno di ringraziare l’Arcivescovo per tutto quanto aveva fatto per loro nei mesi della bufera e dell’odio, con una lettera aperta. Ecco la loro testimonianza.

«… Ogni volta che abbiamo potuto aiutare un ebreo ricercato a morte, un prigioniero fuggiasco e indifeso, un perseguitato politico… ogni volta che ci siamo opposti all’ingiustizia, al sopruso, alla violenza e abbiamo difeso gli inermi e i perseguitati, “sentivamo” che il nostro Vescovo era con noi.

Alcune Sue parole, alcuni Suoi gesti, hanno illuminato la nostra azione e ci hanno profondamente commossi, come quella volta che nel carcere di S. Vittore, davanti alle SS impietrite, ha abbracciato uno di noi, vestito da galeotto e con la barba lunga, o l’altra volta in cui si è inginocchiato di fronte al giovane sacerdote uscito dal carcere, ha baciato le sue mani e lo ha chiamato martire, perchè aveva saputo che era stato picchiato e torturato, o ancora quando ha definito alcuni di noi “confessori della fede”, “martiri della carità”…».

Tra  i  centosettantanove     “martiri per amore” si fa memoria anche di

don Ambrogio Verderio,

parroco di Camporicco negli anni 1943-1945.

Gli abitanti di Camporicco, sparsi su un vasto territorio, in gruppi di cascine, sono poco più di un migliaio.

La vecchia chiesa parrocchiale è fuori mano, e don Ambrogio pensa di andare personalmente, di cascina in cascina, per portare la sua parola e per celebrare l’Eucarestia. E così conosce tutti i suoi figlioli, ad uno ad uno.

Schivo e rustico, non incline ad atti di ossequio e a incensamenti, poco malleabile, è di animo buono e generoso, disponibile a qualsiasi iniziativa pur di aiutare la sua gente.

Al mattino, la sua casa è meta continua di gente, che chiede ogni genere di consigli, perchè don Ambrogio, oltre che pastore delle anime, cura anche i corpi.

Ha infatti notevoli conoscenze, per esperienza e per studi appassionati, nel campo dell’erboristeria, anche se la fama di “taumaturgo” lo infastidisce.

Al pomeriggio gira per la campagna su una vecchia bicicletta, con la tonaca svolazzante al vento, intercalando nel suo discorso un “malament” (poco di buono), parola che lo rende famoso.

Uomo libero, amante della giustizia, generoso nella carità, è quasi per natura antifascista fin dai primi tempi del Regime e non ha paura a presentarsi in tribunale per denunciare le violenze squadristiche  che imperversavano anche nel suo paese.

Ma che farà don Ambrogio durante gli anni della Resistenza?

 

[…continua]

 

 (A cura di  Monsignor Bruno Magnani)