Notizie dal gruppo missionario n. 58

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Don Sandro Spinelli – Quarant’anni di Sacerdozio (28 Giugno 1970 – 28 Giugno 2010)

Riflessione trascritta da cassetta audio

Quarant’anni di prete, eppure mi sembra ieri.

Vi penso tutti, qui in questo tramonto rossiccio nel sertão brasiliano.

Quarant’anni fa celebravo la prima Messa nel mio paese natale, Ronco. L’ho celebrata anche in parrocchia, ma è Ronco che mi ha segnato, perchè lì sono nato e lì sono cresciuto nelle mie vacanze, quando la nonna mi portava a lavorare i campi, a vedere lavorare i campi.

Quarant’anni di prete.

Questi quarant’anni di prete sono di una ricchezza infinita, immensa, la stessa ricchezza dell’amore di Dio verso di noi. Quarant’anni emozionati e pieni di emozioni.

Potremmo dire che ciascuno di noi nasce già sacerdote, prete, quando inizia a capire, quando segue una vocazione. Per me è stato lavorando alla Magneti Marelli, dove qualcosa si è aperto, qualche voce si è sentita e così sono entrato in seminario a Milano e ho fatto fino alla prima teologia, ma sentivo un immenso desiderio di lavorare in Brasile.

Non era possibile da prete diocesano, perchè Milano non aveva ancora questa possibilità, così ho dovuto uscire dal seminario dopo la prima teologia, rimanere fuori due anni per poter essere accolto in un’altra diocesi.

Ho fatto il militare ad Arezzo, Napoli e Peschiera, due anni, 15 mesi diciamo, e poi sono entrato nel seminario America Latina, ho fatto gli ultimi anni di teologia e così nel ’70, a giugno (…), mi facevano prete, mi imponevano le mani e da lì è iniziata questa vita di sacerdote.

La vita di sacerdote vissuta due anni per le periferie di Verona e poi quasi sempre in Brasile.

(…) Questi quarant’anni di sacerdote sono, diciamo, un lungo ringraziamento (…) a Dio per la passione che mi ha concesso, per l’appassionato vivere le relazioni. Un ringraziamento a Dio per il gusto del bello, della natura, del sole, della vita, della pioggia. E’ un grazie di quarant’anni di prete, grazie per tutte le persone meravigliose incontrate.

Ogni persona incontrata mi ha modellato, ogni persona incontrata mi ha sfaccettato, mi ha pulito, mi ha purificato, anche quando mi ha giudicato. In questi quarant’anni ho sentito pungente e dolce il rapporto con le persone.

(…) Amo la gente del Brasile, la gente del sertão. Qui dove, anche se ormai vecchio, 68 anni, ritorno spesso. Qui dove ancora è possibile vivere la fatica. (…) Ho sempre gustato la fatica, il lavoro, i calli delle mani, le screpolature dei piedi e anche in Brasile tutti mi conoscono per il prete contadino (…).

Il lavoro, la fatica, vorrei questo fosse un lascito, quasi un messaggio che voglio lasciare a tutti i giovani conosciuti: arrivare a sera con la stanchezza in corpo, perchè lo spirito si libera quando il corpo stanco, riposa.

La fatica, questa fatica che poi si è concretizzata, quasi direi, in una seconda vocazione: ristrutturare vecchie case, vecchie cascine. La ristrutturazione di Forneletti (…), poi la cascina di Mozzecane, poi Salsominore, poi la casa di Canãa e anche adesso, in questi giorni, così, mentre vi parlo, una casa abbandonata su un colle del sertão, lontanissima in una solitudine immensa, una casa antica. (…)

Occorre dire che questi quarant’anni sono stati segnati dalla fatica ed è questa fatica, questo vivere, che mi perdona di tanti sbagli, che mi fa perdonare di tanti sbagli. (…) E quindi insieme al ringraziamento per tutti quelli che mi hanno accompagnato in questi 40 anni, mi hanno sostenuto, chiedo anche perdono a tutti quelli vero si quali non sono stato affabile, delicato, affettuoso, tenero.

Questa fatica fisica è un confronto continuo con sè stessi. Questi quarant’anni oggi li sento tutti addosso, ma sono contento. Sono contento quando posso celebrare nelle chiese (…).

Sono contento anche quando non posso celebrare, come diceva Theillard de Chardin, nelle chiese ma in cima a un colle dove posso raccogliere nelle mani affaticate la fatica e la gioia di tanti.

Poter accogliere le lacrime e le speranze, le gioie e le sofferenze dell’umanità intera, perché la Messa è proprio questo: è riassumere dolore e sofferenze, speranze e gioie, e inserirle in Cristo, l’uomo nuovo, il vero Sacerdote, il vero ponte.

Vorrei assieme a Lui, al Signore, benedire tutti coloro che mi hanno visto vivere, e chiedere a tutti di continuare a starmi vicino pregando, sostenendomi; e quando sbaglio a riprendermi.

Grazie. Grazie. Di quanti preti bellissimi incontrati e che incontro, ancora, qui e lì, lì e qui, … e quanti giovani meravigliosi, quanti papà bellissimi, e quante mamme, che nel silenzio dell’accoglienza quotidiana creano la chiesa, la comunità, l’amore.

Chiedo al Signore (…) di essere ancora contento di essere prete, e chiedo al Signore che mi faccia ancora capace di amare, anche se a volte questo amore per ciascuno e ciascuna… è impegnativo.

Grazie Signore di essere prete e grazie a tutti coloro che mi hanno insegnato ad essere prete, e mi insegnano. Grazie.

A presto, amici, sarò là nell’angolo di piazza Giuliani (Cernusco) a raccogliere per tutti i missionari, perchè tutti i missionari hanno dentro nel cuore qualcosa da dire e da lontano è difficile parlare, è solo facile amare.

A presto dunque.

Grazie.

Ciao

Sandro Spinelli

Canterò senza soste il tuo amore,
griderò a tutti, piccoli e grandi, che tu sei fedele
perchè penso che l’amore non ha confini
e che le radici della tua fedeltà sono indistruttibili”.
(Celebrazione – Teresina 13 ottobre 1981)

Anno II, n. 29

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