Domenica 12 giugno 2011 – PENTECOSTE, il fuoco dell’amore di Dio

450

Nella solennità della Pentecoste siamo invitati a professare la nostra fede nella presenza e nell’azione dello Spirito Santo e a invocarne l’effusione su di noi, sulla Chiesa e sul mondo intero: «Vieni, Spirito Santo!».

Un’invocazione tanto semplice e immediata, ma insieme straordinariamente profonda, sgorgata prima di tutto dal cuore di Cristo. Lo Spirito Santo, infatti, è il dono che Gesù ha chiesto e continuamente chiede al Padre per i suoi amici; il primo e principale dono che ci ha ottenuto con la sua Risurrezione e Ascensione al Cielo.

Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,15-16).

Questa preghiera raggiunge il suo vertice e il suo compimento sulla croce, dove l’invocazione di Cristo fa tutt’uno con il dono totale di se stesso.

In realtà, la preghiera di Gesù è una preghiera che permane anche in Cielo, dove Cristo siede alla destra del Padre.

Gesù, infatti, vive sempre il suo sacerdozio d’intercessione a favore del popolo di Dio e dell’umanità e quindi prega per tutti noi chiedendo al Padre il dono dello Spirito Santo.

Il racconto della Pentecoste (Atti 2, 1-11) presenta il nuovo corso dell’opera di Dio iniziato con la risurrezione di Cristo. Dal Figlio di Dio morto e risorto e ritornato al Padre spira ora sull’umanità, con inedita energia, il soffio divino, lo Spirito Santo. E cosa produce questa nuova e potente auto-comunicazione di Dio?

Là dove ci sono lacerazioni ed estraneità, essa crea unità e comprensione. Si innesca un processo di riunificazione tra le parti della famiglia umana, divise e disperse. Le persone, spesso ridotte a individui in competizione o in conflitto tra loro, raggiunte dallo Spirito di Cristo, si aprono all’esperienza della comunione, che può coinvolgerle a tal punto da fare di loro un nuovo organismo, un nuovo soggetto: la Chiesa.

Questo è l’effetto dell’opera di Dio: l’unità, che è il segno di riconoscimento, il biglietto da visita della Chiesa nel corso della sua storia universale. Fin dall’inizio, dal giorno di Pentecoste, essa parla tutte le lingue. La Chiesa non rimane mai prigioniera di confini politici, razziali e culturali; non si può confondere con gli Stati, perché la sua unità è di genere diverso e aspira ad attraversare tutte le frontiere umane.

Da questo deriva un criterio pratico di discernimento per la vita cristiana: quando una persona, o una comunità, si chiude nel proprio modo di pensare e di agire, è segno che si è allontanata dallo Spirito Santo. 

A Pentecoste lo Spirito Santo si manifesta come fuoco. La sua fiamma è discesa sui discepoli riuniti, si è accesa in essi e ha donato loro il nuovo ardore di Dio.

Si realizza così ciò che aveva predetto il Signore Gesù: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).

Com’è diverso questo fuoco da quello delle guerre e delle bombe!

Com’è diverso l’incendio di Cristo, propagato dalla Chiesa, rispetto a quelli accesi dai dittatori di ogni epoca,  che lasciano dietro di sé terra bruciata.

Il fuoco di Dio, il fuoco dello Spirito Santo, è quello del roveto che divampa senza bruciare (Es 3,2). E’ una fiamma che arde, ma non distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo,  la sua vocazione alla verità e all’amore.

Arde operando una trasformazione, e perciò deve consumare qualcosa nell’uomo: le scorie che lo corrompono e lo ostacolano nelle sue relazioni con Dio e con il prossimo.

Questo effetto del fuoco divino però ci spaventa, abbiamo paura di essere scottati, preferiremmo rimanere così come siamo.

Molte persone credono in Dio e ammirano la figura di Gesù Cristo, ma quando viene chiesto loro di perdere qualcosa di se stessi, allora si tirano indietro, hanno paura delle esigenze della fede. C’è il timore di dover rinunciare a qualcosa di bello, a cui siamo attaccati; il timore che seguire Cristo ci privi della libertà, di una parte di noi stessi.

Da un lato vogliamo stare con Gesù, seguirlo da vicino,  dall’altro abbiamo paura delle conseguenze che ciò comporta. Abbiamo sempre bisogno di sentirci dire dal Signore Gesù quello che spesso ripeteva ai suoi amici: “Non abbiate paura”. Come Simon Pietro e gli altri, dobbiamo lasciare che la sua presenza e la sua grazia trasformino il nostro cuore, sempre soggetto alle debolezze umane.

Dobbiamo saper riconoscere che perdere qualcosa, anzi se stessi, per il vero Dio, il Dio dell’amore e della vita, è in realtà guadagnare, ritrovarsi più pienamente.

Chi si affida a Gesù sperimenta già in questa vita la pace e la gioia del cuore, che il mondo non può dare, e non può nemmeno togliere una volta che Dio ce le ha donate.

Vale dunque la pena di lasciarsi toccare dal fuoco dello Spirito Santo! E’ la realtà della croce: non per nulla nel linguaggio di Gesù il “fuoco” è soprattutto una rappresentazione del mistero della croce, senza il quale non esiste cristianesimo.

Illuminati e confortati da queste parole di vita, eleviamo la nostra invocazione: Vieni, Spirito Santo! Accendi in noi il fuoco del tuo amore!

Questa fiamma – e solo essa – ha il potere di salvarci.

Abbiamo bisogno del fuoco dello Spirito Santo, perché solo l’Amore redime.

Amen.

(Dall’omelia di Benedetto XVI)