Ci sono occhi che hanno visto la risurrezione?
Dal racconto dell’evangelista Matteo sembrerebbe che solo i soldati, messi a guardia del sepolcro, sarebbero stati testimoni della risurrezione.
Si dice del terremoto, dell’angelo che fa rotolare la pietra sepolcrale. Ma di Gesù non si parla.
Di Lui si parla successivamente e conosciamo anche i nomi di quanti lo hanno visto Risorto: Maria di Màgdala e altre donne; i discepoli, gli apostoli, tra cui Pietro, Giovanni e Tommaso.
Dai racconti degli incontri con il Risorto, solo tre volte si dice che la gioia invade i cuori e i volti dei testimoni.
Prevalgono di gran lunga timore, dubbio, paura, spavento, incredulità. Si fa strada in seguito lo stupore e finalmente la fede.
Tommaso, l’apostolo passato alla storia come l’incredulo per eccellenza, non è solo, ma in buona compagnia con gli altri discepoli.
Forse anche a noi, che abbiamo ascoltato l’annuncio della risurrezione, questa parola sembrerà così bella da non poter essere vera, così estranea alla nostra esperienza del vivere e del morire.
Sono persuaso che nessuna parola della nostra fede cristiana sia così decisiva e sorprendente come questa:
“Cristo è risorto, l’uomo della croce è vivente”.
Altre parole della nostra fede sembrano più comprensibili. Così l’annuncio del Natale: noi conosciamo tutta la sorprendente dolcezza di una nascita e dire che il Figlio di Dio è nato nella nostra umanità ci colma di gioia.
Anche l’annuncio del Venerdì santo è per noi comprensibile: conosciamo, infatti, tutta la terribile drammaticità della morte.
Ma l’uomo della croce non è rimasto chiuso nel sepolcro: è vivo, è risorto. E qui, riconosciamolo, le parole si fanno esitanti. Non abbiamo alcuna esperienza di ciò che è dopo la morte: come parlare di resurrezione?
Accadde anche a Paolo, quando ad Atene ebbe il coraggio di annunciare la risurrezione di Gesù. Gli ascoltatori reagirono con sarcasmo: «Di questo ti ascolteremo un’altra volta…».
Potrebbe esser facile ricondurre questo annuncio vertiginoso entro categorie più comprensibili per la nostra intelligenza. Pasqua cade nei giorni della primavera; Pasqua, allora, come risurrezione della natura dopo l’inverno?
Pasqua vuol dire che le parole del Risorto sono ancor oggi vive, attuali, messaggio di perdono, di amore, di fraternità?
Pasqua vuol dire che egli vive in quanti ne continuano l’opera, nella comunità dei suoi seguaci?
Pasqua vuol dire che è vivo nei piccoli, nei poveri, nelle vittime, in quanti soffrono per la giustizia e la verità, in tutti i gesti di coraggio, resistenza al male, solidarietà?
Comprensibili queste diverse letture della Pasqua, e legittime, ma sono comunque conseguenze di un evento vertiginoso per la nostra intelligenza:
l’uomo della croce è vivente.
Questa certezza fa di Cristo una persona inclassificabile rispetto a tutti coloro che sono apparsi sulla scena della storia. Il nostro puntare la vita su di Lui e sul suo Vangelo non può che essere totale, assoluto, come nessuna militanza è ragionevole che sia.
La gioia che Egli sia vivo vince quindi ogni possibile tristezza dei nostri giorni.
Gli occhi che l’hanno contemplato nella fede non possono più guardare il mondo con disperazione.
Il cuore che si è aperto a Lui non può chiudersi nelle sue paure.
